SAN CARLO BORROMEO

 

Teatralità, spettacolarità, monumentalità delle forme, effetto sorpresa, intento scenografico, stupore e ammirazione, solo alcuni dei fondamenti dell'architettura barocca, sono gli stessi elementi che ritroviamo nel capolavoro artistico ed architettonico, splendido esempio del barocco italiano, San Carlo alle Quattro Fontane, opera di un artista di rilievo, un rivoluzionario, uno stravagante creatore di forme bizzarre e chimeriche: Francesco Borromini (Bissone, Lugano, 1599 - Roma 1667). Dopo aver lavorato a Milano come intagliatore di marmi, il Borromini, si recò a Roma nel 1621 e il suo primo lavoro di scalpellino fu per la Basilica di San Pietro.

L'architetto Carlo Maderno gli affidò in seguito, dopo aver riconosciuto la sua qualità e abilità, prima l'esecuzione dei disegni di architetture della basilica e poi la supervisione dei lavori della stessa. Ma dopo la morte del Maderno, il Borromini dovette affrontare direttamente il suo contemporaneo, Gian Lorenzo Bernini: differenze di gusto, opinioni architettoniche contrastanti e obiettivi linguistici inconciliabili. Borromini, nella ricerca continua di insolite forme volumetriche nello spazio, si dedicò esclusivamente all'architettura. I suoi edifici sono inconfondibili; la sua combinazione di masse piene e vuote diede luogo a un movimento dinamico e a una teatralità del tutto singolare nell'ambito dello stile barocco. E San Carlo alle Quattro Fontane (1634-1641, la facciata fu ultimata nel 1667), situata tra Via delle Quattro Fontane e Via del Quirinale, ne è ampio esempio. Il problema della ristrettezza di spazio è stato archittetonicamente superata grazie al genio e alle competenze artistiche dell'autore.

Commissionato dall'ordine dei Trinitari nel 1634, fu questo il suo primo lavoro autonomo. La prima parte dell'opera realizzata fu porzione del convento che si affaccia su Via delle Quattro Fontane ed il chiostro (1635-1636). Angoli smussati, piccole ed armoniche convessità, ritmia di colonne, il tutto semplicemente creato per ottenere un elemento spazio unificato, quest'ultimo considerato dall'artista "qualche cosa di modellabile". Lo stesso intento lo ritroviamo nel convento, costituito da diverse sale, la cui cornice ha una curvatura concava sopra un angolo normale, i due legati da un cherubini con ali spiegate; stratagemma architettonico spesso usato dal Borromini per risolvere questo genere di problemi. I lavori per la chiesa iniziarono solo nel 1638 e furono terminati nel 1641 e fu dedicata alla Santissima Trinità e a S. Carlo Borromeo. La pianta ellittica ottenuta dalla combinazione di due triangoli equilateri e coperta da una cupola ovale, mostra già l'estrema attenzione per le proporzioni geometriche che determinò tutti i suoi successivi lavori. Vengono così abbandonati i vincoli imposti dalle norme proporzionali dell'architettura rinascimentale, nessun modulo cruciforme e né punto di vista centrale; viene dunque privilegiata la forma per esaltarne le qualità visive, permettendo al fruitore di avere una visione organica e totale del complesso. L'andamento concavo e convesso della facciata viene ripreso anche all'interno della chiesa. La volta armoniosa e lineare allo stesso tempo è scavata in cassettoni a forma di croci e ottagoni.

Solo nel 1664 iniziarono i lavori della facciata che s'interruppero nel 1667, alla morte del Borromini, per poi completarsi più tardi, ad opera del nipote di Francesco, Bernardo. La facciata esterna, più alta dell'edificio, è costruita su due livelli sovrapposti, ciascuno diviso in tre campate. Nella parte inferiore, le campate sono intervallate da quattro colonne. Tra queste ultime, è posta nel mezzo una nicchia con la statua rappresentante S. Carlo Borromeo (opera di Antonio Raggi). Il movimento ondulato può essere concepito come il risultato dell'incontro di forze interne ed esterne, cioè lo spazio interno in espansione e il movimento direzionale della strada antistante. Particolare e movimentata, la facciata costituisce uno degli esempi più eccentrici ed esclusivi di tutta l'arte barocca a Roma.

 

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