|
|
|
|
PENSACI GIACOMINO
"Pensaci Giacomino" di Luigi Pirandello... 20-21 Marzo 2004: Teatro S. Leonardo di Viterbo e dal 23 Marzo all'8 Aprile al Teatro Ghione di Roma. Con Carlo Croccolo e Adriano Pantaleo. Regia di Livio Galassi. Scene di Rina La Gioia. Musiche originali di Luciano Francisci. Costumi di Laura Antonelli.
Nei panni del vecchio "Agostino Toti" Carlo Croccolo, artista caro al pubblico, da oltre 60 anni sulla scena teatrale e cinematografica nazionale ed internazionale lavorando al fianco di grandi artisti come, ad esempio, Totò e come Eduardo e Peppino De Filippo. Lo abbiamo sempre visto esprimere la sua verve comica ma questa è la prima volta che Carlo Croccolo va in scena con un'opera pirandelliana cimentandosi in un ruolo drammatico. La regia di Livio Galassi; "Il protagonista è un vecchio che vuole sposare una giovane povera per farle dono, una volta morto, della propria pensione. Appare in scena enunciando una tesi stravagante, di ripicca e di rivalsa verso una società che, a suo dire, lo ha privato dell'amore coniugale non avendogli consentito, allora, con il suo misero stipendio di insegnante, di vivere in coppia con il necessario decoro. E subito la trama lo asseconda: la giovane Liliana è ostacolata dai genitori nell'amore per un ragazzo povero. Resta incinta. Il ragazzo l'abbandona. I genitori la cacciano. Infamia e tragedia. Ma invece delle porte del postribolo ecco il vecchio generoso che con le nozze le regala dignità e protezione. No: il ragazzo non l'abbandona invece, e i genitori cacciandola da casa e disinteressandosi a lei non le impediscono più il logico matrimonio riparatore; non c'è proprio bisogno che il vecchio Agostino Toti la sposi. Ma come farsi scappare una simile occasione! Sarà lui a sposarsela, lui che vede spalancarsi come per incanto le porte delle sue intenzioni: il possesso della giovane moglie putativa da vivo e da morto (perché la ragazza per usufruire della pensione non potrà mai sposarsi con chi ama) e il possesso pure del nascituro che non potrà mai portare il cognome del vero padre. Quest'ansia giovanilistica copre la rancorosa amarezza del proprio fallimento esistenziale, la consapevolezza di un'arida e burocratica avidità ad affrontare la vita e i suoi affetti che gli ha negato la gioventù, un patetico e macchinoso tentativo di riscatto, per comprare dai giovani, sul finire della vita, il senso di sé". |